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libro sacbeobLuca Belcastro
SACBEOB
Escritos latinoamericanos | Scritti latinoamericani
LIBRO | en castellano - in italiano | Moretti&Vitali 2010

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foto luca belcastroDaniele Stefanoni

Introduzionealt

Guardando dall'Europa

La prima volta in cui ho chiacchierato con Luca Belcastro era attorno ad un tavolo, in una di quelle cene in cui si ciarla del più e del meno, ognuno con i propri aneddoti simpatici da snocciolare in società, ognuno con i propri tranches de vie che giura gli abbiano insegnato il senso delle cose.
Sapevo a grandi linee della sua esperienza in Sudamerica e, come è tipico per noi europei che andiamo sempre di fretta, avevo appunto una certa fretta di attribuirgli un'etichetta precisa nella mia mente catalogatoria.
E' un artista migrato in Sudamerica a far conferenze, questo era il dato biografico essenziale, ma mi risultava troppo semplicistico. Allora decisi che si potesse trattare del compositore naif che butta alle ortiche la cattedra in Conservatorio e da missionario dell'arte va a civilizzare popoli musicalmente barbari. Oppure mi figurai un Ulisse dantesco che avesse superato le colonne d'Ercole del mondo della musica, l'Europa, e che invece di essere risucchiato nei gorghi marini, fosse stato assunto nell'empireo degli autorevoli artisti, chiamati nelle sale conferenze di hotel a cinque stelle per spiegare ai nativi cosa sia la musica.
Non disdegnai neppure l'idea che il buon Belcastro fosse animato da spirito archeologico, una sorta di Indiana Jones del pentagramma a caccia di tesori musicali nel sud del mondo da esporre nei salotti buoni delle capitali anglosassoni.
Poi ho letto il suo libro, questo libro. E ho capito.
Tutto comincia da un certo disagio verso il polveroso mondo cattedratico, che di accademia in accademia ha reso la musica una tecnica, un virtuosismo, un gioco di società in cui vince chi è più raffinato e tecnicamente superbo. E a prezzo di un folle labor limae sulla propria tecnica musicale oltre che di un agone continuo in cui vincere è determinante per poterci essere e per poter contare qualcosa.
Il Belcastro ci è vissuto in quel mondo, ha composto parecchio, ha vinto quello che si poteva vincere, ha insegnato, ha ascoltato la propria musica più e più volte (cosa peraltro non così ovvia per un compositore moderno). Ma ad un certo punto c'era un suono più intenso della sua musica che gli impediva di accordare bene lo strumento del suo animo. Si trattava di un richiamo, la chiamata alla ricerca. Una ricerca musicale, certo, ma come accade per ogni scrittore, artista e compositore, una ricerca anche di se stesso. E questa ricerca lo ha portato lontano da una strada intasata di macchine in coda in tangenziale nella rush hour verso le strade sgarrupate del Messico e di Cuba. Immagino lo sbigottimento del musicista cubano che sacrificherebbe ogni cosa cara pur di venire in Europa a suonare: questo musicista italiano dallo sguardo affilato invece proprio tra i latinoamericani vuole scavare a caccia di riflessioni sul fare musica. Una migrazione al contrario, la sua. Lo ha portato nei luoghi dove chi è musicista deve scegliere se fare "musica popolare" - e allora stia lontano dalle accademie perchè lo considerano indegno - o fare musica "seria", all'europea. E in quest'ultimo caso succede che un colombiano finisca per comporre alla maniera del romanticismo tedesco, dimenticando i suoni e le suggestioni di secoli di cultura del suo popolo e le esperienze vive di migliaia di conterranei con inventiva e capacità creativa. Ma così almeno c'è un ambito trofeo: suonano il tuo brano nelle sale da concerto in Europa!
Torniamo al viaggio. Non si tratta neppure di un viaggio alla ricerca del "buon selvaggio" , quello del Belcastro. Il suo è un intento di ricerca e scoperta - dicevamo -, con due soldi in tasca e con le orecchie dell'anima ben drizzate. Nasce un inconsueto diario di viaggio, in cui il mondo è raccontato con i suoni della gente, in cui l'utopia di conoscere e integrarsi nel mondo "fiori dal mondo" diventa concreto bisogno di vedere e toccare con mano altre esperienze. Sono questi i Sacbeob del titolo, i sentieri Maya che portano chissà dove, un tempo vere e proprie arterie degli spostamenti quotidiani e oggi sepolti negli scoloriti ricordi arcani. E' un viaggio che mira a ri-scoprire, ma è un percorso che vuole essere concreto, sociale, espanso. Nasce allora "Germina.Cciones... - primaveras latinoamericanas", un'organizzazione indipendente che sviluppa un progetto di collaborazione tra e con le persone e le istituzioni che configurano le diverse realtà culturali latinoamericane. Lo dirige Belcastro, è la meta di questo vagabondare per le terre dove la musica occidentale si vergogna ad andare, è un riconoscimento della ricchezza storica e culturale delle nazioni latinoamericane pur declinate non solo come recupero della "tradizione", ma come esperienza viva, moderna.
La penna di Belcastro è un po' come la sua musica, vibra, si emoziona, ha bisogno di silenzi e di ritmi, vede il mondo con il tremolare di suoni e sentimenti.
Si legge tutto di un fiato questo libro, forse perchè non corre mai il rischio di diventare il viaggio tropicale di un saccente europeo, né il divertissement di annoiati dottori della musica. C'è la freschezza della scoperta dell'altro da sé, c'è lo straniamento verso un mondo che non è solo lussi e sorrisi, ma anche difficoltà e lotte del quotidiano. C'è la franchezza di un osservatore acuto e autocritico, che dietro una profonda revisione nella rotta del proprio intendere la musica, riesce a parlare all'animo di tutti noi, talvolta così impauriti dall'altro e così poco desiderosi di scoprirlo nella sua originalità.


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