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foto luca belcastroLuca Belcastro

A lato dell'autostrada

Como (Italia)
venerdì, 1 gennaio 2010



Nacqui a Como, una piccola città a nord dell'Italia, sul margine della linea di frontiera con la Svizzera.
Viaggiando in America Latina, mi accorsi rapidamente che il nome della mia città era un potente generatore di loop. Alla domanda "di dove sei?", quasi mi era impossibile rispondere "Como" (in spagnolo significa "come"), perché nella maggior parte dei casi mi sentivo ripetere la domanda. Allora imparai velocemente a rispondere "vicino a Milano", per evitare incomprensioni. E questa vicinanza è la vera realtà di Como, città satellite a una cinquantina di chilometri dalla metropoli, Milano in Lombardia, forse la regione più densamente popolata d'Europa. Molte persone che vivono in città come la mia, trovano possibilità lavorative nel vicino centro più grande, un'occupazione che le obbliga ad alzarsi presto tutte le mattine e a viaggiare, molte volte in un'auto, in direzione di Milano. In autostrada, di notte, la breve distanza tra le due città si può percorrere in mezz'ora, però quando la gente, un'enorme quantità di "pendolari", si dirige tutta per raggiungere il posto di lavoro nella stessa direzione e nello stesso momento, l'intenso traffico che si crea fa sì che il tempo necessario per arrivare alla meta si dilati moltissimo.

Si immagini allora un uomo che si alza presto, prima dei suoi familiari e dopo una notte agitata e piena di incubi. Lo stress e l'ansia continua non gli permettono di riposare serenamente. Nel silenzio fa una doccia, si veste rapidamente, sale sulla sua auto e si dirige verso il suo lavoro. Ogni giorno ha bisogno di almeno due ore per raggiungere la meta, due ore in un'auto, in coda in autostrada, solo, lottando con i suoi pensieri, imparando anche a soffocarli, a dimenticarli.
Sembra ancora notte, intorno a lui ci sono altri nella sua stessa situazione, in auto grigie, blu, eleganti, nuove, perfette, che nella semioscurità sembrano tutte uguali. E in ognuna c'è una sola persona, appena alzata, però "pronta", ben "confezionata" nel suo abito da impiegato standard. Da tutte le parti si vede la stessa immagine, davanti, di lato, dietro. Uniformità.
Il tempo scorre lentamente e lui continua in fila, evitando di incrociare gli sguardi, fissi nel vuoto, degli sconosciuti compagni accanto a lui. Alla sua sinistra il sole appare all'orizzonte e sale lentamente, dietro le siepi, continue e regolari con piccoli fiori ingrigiti dallo smog, o dietro blocchi di cemento ben allineati, che separano i due sensi di marcia, e sembrano contribuire a evitare che si incontrino gli sguardi di quelli che aspettano in coda nell'altra direzione. Da ogni parte arrivano i suoni e le voci dei programmi radiofonici di musiche commerciali e notiziari, uguali, come un grande effetto sonoro di spazializzazione, senza filtro. L'uomo abbassa il volume della sua sorgente personale per rispondere alle chiamate e alle mail di lavoro con il suo cellulare computerizzato ultimo modello con connessione internet. Per risparmiare tempo, perché gli pare evidente, sempre più evidente, che il tempo è denaro.
La segnaletica stradale indica precisamente le successive uscite e la distanza che lo separa dall'arrivo, progressivamente minore, con regolarità sistematica. Cartelli rotondi, paradossali, indicano i limiti di velocità. Auto "purosangue", recalcitranti, di ultima generazione, che possono raggiungere i 200 chilometri orari in pochi secondi, sono ora obbligate a un pigro passo d'asino.
Alla fine giunge e, poiché gli insegnarono che il tempo, oltre a essere denaro, è anche oro e che in aggiunta è doveroso essere produttivi, lavora tutto il giorno senza pause, spesso seduto di fronte allo schermo di un computer, senza comunicare con i suoi compagni, senza parlare, un'altra volta solo. Forse a volte chatta brevemente con sconosciuti, parlando di niente, pensando così di non trascurare la vita sociale, alimentando ancor di più la propria solitudine.
Termina la giornata, ritorna alla sua auto, che lo aspetta mansueta. Passano ancora due ore prima che arrivi al suo dolce focolare, senza energie.
- Che nessuno mi disturbi! Fai tacere i bambini! -.
Mangia qualcosa, forse di rapida preparazione, vagabonda facendo zapping tra i programmi che riceve sul suo nuovo televisore quarantadue pollici ad altissima definizione, trasmissioni che, insieme agli ultimi videogiochi, lo aiutano nei suoi sforzi per evitare di pensare. Poco dopo va a dormire, aspettando il giorno successivo. Già sa che sarà uguale a quello precedente e al precedente del precedente.

Di nuovo nell'autostrada. Il solo pensare che non riuscirà mai a evitare di trovarsi sistematicamente in questa simile sfilata lo spaventa ogni volta di più. Ansietà.
- Oso? No, meglio domani -.
Aveva già sperimentato la sensazione di vuoto, d'immobilità e il desiderio di cambiare, ma non era mai riuscito a vincere l'inerzia del suo stato. Prende coraggio.
- No! Oggi sarà un giorno diverso! -.
Guarda le persone intorno a lui, guarda il suo volto con i segni del tempo nello specchietto retrovisore, si guarda ancora una volta intorno. Un cartello indica il chilometro quaranta, come l'età che ha appena compiuto. La fila inizia a muoversi, lui no, apre lo sportello della sua auto e scende. La fila già si ferma di nuovo. Titubante, lentamente, però sempre più leggero e deciso, va verso il bordo dell'autostrada, esce dalla cinta d'asfalto drenante e sente, con grande emozione, di vedere per la prima volta il mondo, il suo mondo, da un punto di vista differente. Osserva le migliaia di persone che guardano tutte nella stessa direzione, i loro sguardi spenti, sente la loro solitudine. Adesso vede la realtà da una nuova prospettiva, ma continua a essere solo come gli altri, si sente inquieto, strano, diverso dal solito, mille pensieri e mille domande gli si affacciano prepotentemente. Sensazioni.
- Che cosa faccio? Come posso condividere questa emozione così forte? Come posso riuscire a comunicarla? -.

Nella selva dei suoi ricordi s'illumina un'immagine precisa, avvertendo la grande e viva emozione che provò quando, da bambino, si trovò davanti a un ficus secolare. Quella volta rimase lungo tempo a guardare l'albero, sentendo crescere dentro di sé sempre più intensamente la necessità di raccontare a qualcuno quello che stava provando.
- Alla mia mamma, lo racconterò a lei - pensò.
Corse a casa sua e, con le prime parole che trovò, in un soffio, raccontò quello che sentiva, ma la madre sembrava non capire né la sua esaltazione, né quello che sentiva profondamente.
- Perché? Eppure le mie emozioni erano vere. è difficile incontrare le parole corrette, adeguate, per comunicare il proprio mondo interiore - pensa adesso - ogni parola ha la sua importanza. Né una di più, né una di meno, né una diversa. Assomiglia forse questo alla poesia? -.

Dunque là, a lato dell'autostrada, solo, inizia a fare gesti, a gridare quello che sente. Improvvisamente una donna in un'auto si volta, i loro sguardi s'incontrano. Dopo di lei un'altra persona e un'altra ancora, il suo cuore palpita. In questi individui si risvegliano le stesse vibrazioni che lui avverte e che mantenevano spente nel fondo delle loro anime. Alcuni di loro incominciano a scendere dalle auto e ad avvicinarsi. Come lui, incominciano a vedere il mondo in modo diverso, a rendersi conto dell'innaturalezza delle loro vite e dell'esistenza di altre possibilità, di altre realtà.

Forse il compito di un artista, di un creatore, è proprio questo. Scendere dall'auto, vedere le cose in maniera differente, da un altro punto di vista e, seguendo le proprie necessità, incontrare i mezzi e le parole precise per manifestare e comunicare le proprie emozioni, affinché anche altre persone possano viverle e condividerle.



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libro sacbeobLuca Belcastro
Sacbeob
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